poesie scritte da me,ricordo a voi lettori che:far poesie è come far l'amore non si saprà mai se la propria gioia è condivisa (C.Pavese)
Giugno XXX
Idea d’arte che non saprò mai
Un vento freschissimo di mare
m’arriva nell’alba,
e m’angoscia il sorriso al delirio,
l’atroce dolcezza, la domanda e il dolore
che d’improvviso piombano nelle cose.
Che cos’è mai il sorriso ai suicida
che pure sorridono e ancor si senton soli,
tristi e soli chiamare nella vena ricolma di tedio
che dritta conosce il delirio e
più non ringrazian la vita?
Giugno XIX
Aspettando la sera
Oh dolcezza, brezza del porto
su questa vuota darsena;
Le vele svettano in banchina e
al largo una striscia più blu,
più fresca, si schianta nel mare.
A levante si stan scaldando le griglie
per la gente che viene e che verrà.
Oh adesso! Magnifica, silenziosa,
t’immagino uscire tra l’onde
e rapirmi nel calore della tua carne.
Maggio XIV
Nata dal mattino torbido
Silenzio quieto, io,il mare agli occhi
che m’illude d’esser a lei dinanzi
dal mattino torbido che nasce l’ombra.
L’armonia vana.
Eppur mi par d’esser li,
di toccare e di parlarti sempre dinanzi.
O Pare eterno.
Silenzio quieto, si assapora il vuoto,
si assapora ignoto.
Che null’altro c’era, c’è e ci sarà.
Solo al tuo passo contemplo.
(Suonerà su fragili batecchi e sulle erbe verdi)
Che tra un infinità sarà ancor più vuoto e cavo;
ogni volta più vuoto, più cavo.
C’era del mare.
Aprile XXIII
I colli e i campi e i rami e le piazze, più stanco!
Il vecchio del lavoro più stanco,
dalle ombre sparse, che per i colli e
i campi e i rami e le piazze,
protraggono in egual modo,
sogna il dolcigno sapore dei fichi maturi e
delle vie vane, con non sa più con che gioia,
e immagina il gran funerale e il fosso e
il pianto d’un passo invernale.
L’animato sogno del suo orrore.
Noi, in noia e delusione, noi
pianto d’un passo invernale,
sublime sul mio volto per il tuo silenzio notturno:
m’apparse lento lungo il tepore dei prati.
Scende in strada altra ombra altra e si traversa,
era come una falce che sapeva tutto l’umido dei prati.
Il sole sui colli.
Aprile XV
Anche il sole nel giorno afoso
che scalda i colli deserti, lento,
sembra scaldi le case e la vita,
stesso tedio che le copre e le fugge
con fronde pallide nel meriggio ignoto.
L’ignoto vano recherà ancora ignoto,
come un passo che muove appena tu muovi,
e m’avvampa l’angoscia,
la chiarezza del passo della vita che lascia.
Le bestie si godono il sole, accecate.
Così rifletto tra le mura affocate,
che la strada sia vuota o sia piena.
Il giorno afoso che m’apparse
sui colli deserti qua e là raccolti,
è immutabile, è remoto, è la mia pena.
Notte sul molo a Rimini
Aprile VIII
La notte che colmava,
la nitida notte che il cuore mi scosse,
è già antica.
Come tutti i passi del giorno
e i salti della notte, e le grida
e i pianti sembravan limpidi e agonia,
e la gioia era assaggiarti, di sabbia
di mare e di cielo e di tutto.
È stata una notte
che colmava ogni respiro soltanto
guardarsi e saltare da svegli sugli scogli.
Nessuno fiatava, anche la notte.
Sulla collina ad Aprile.
Il mare cammina con impazienza la fragranza di morte
spinto dal tedio e dall’angoscia che, stanco,
avanza a gran respiri e affoga.
Il grande stomaco, quel che tutto avanza,
contiene non so che gomiti molli.
Dimentico quasi il respiro.
Affogheranno domani altri
pallidi grembi sulla marea deserta,
sui rami della collina, e i loro occhi,
veduto che hanno la gioia, non dicono.
Fiori maturi, marzo XIX
È venuto un momento che l’animo
avanza prima del passo,
come fosse di nuovo mattino
con la guazza sui fiori maturi e fermi.
A quest’ora, ciascuno all’orlo del loculo
dovrebbe piegarsi e mirare
come tutto attorno ha l’ombra lunga, che
getta al fondo,negl’occhi.
In mezzo, nei prati,
ogni cassa scuote ai pianti crudi.
Non si evade! Fiori maturi.
La tua voce VI
Ma poi in altri tempi più tristi,
tu piovi tra le mie dita una quieta voce
che l’anima pienamente gonfia e
le posa in ventre un amore.
La piovi dal cielo. Il cielo che è nulla nell’anima tua.
Il cielo che è tutta la domanda dell’uomo.
Immenso ignoto, misterioso.
C’è un volto che si rapisce,
sgorga dal fondo come un sole tra le colline.
Accorto in un volto io la domanda
dell’immenso cielo non chiedo;
alzo gli occhi nei tuoi di stelle
che guardan una terra di carne, quieto
attendo e una voce piove fiori intravisti.
Ogni volta mi sfugge.
Febbraio XXII
Le distese di terra paion salme senz’eco
dove la nebbia giunge giù giù, tra le fosse.
Come nuvole ammucchiate mute, sui fili
cosi perdono i corpi immensi colori nel cielo.
Si riaccende la fiamma che non so.
Sotto i prati del cielo, infinite foreste
appaiono chi ha l’angoscia e la fiamma:
ultimo pensiero che m’accompagna alle cose.
Le piante son mute, e tutto quel che respira fiata appena.
Un fiato stanco. E nessuna grazia lo rinasce.